Nel mese della prevenzione dei tumori femminili, affrontiamo uno dei temi più delicati: come gestire la comunicazione con bambini e adolescenti quando la mamma riceve una diagnosi di tumore
Ottobre è il mese della prevenzione dei tumori femminili, un momento dedicato alla sensibilizzazione e alla diagnosi precoce. Ma c’è un aspetto della malattia oncologica di cui si parla ancora troppo poco: come gestire la comunicazione con i figli quando è la mamma – o il papà – a ricevere una diagnosi di tumore. Come si spiega a un bambino che la sua mamma dovrà affrontare un percorso di cure? Quando è il momento giusto per dirlo? E soprattutto, cosa dire e cosa no? Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Silvana Quadrino, una delle più famose psicoterapeute della famiglia in Italia, che da anni accompagna molte famiglie in questi momenti delicati.
NON ESISTE “IL MOMENTO GIUSTO”: I BAMBINI PERCEPISCONO TUTTO
La prima, fondamentale verità che emerge dalle parole della dottoressa Quadrino è che non esiste un momento in cui “decidere” di dirlo ai bambini. “Appena cambia il clima, i bambini avvertono che c’è qualcosa, che c’è preoccupazione – spiega -. Il consiglio è di cominciare a spiegare fin da subito”. Questo vale a prescindere dall’età del bambino e dalla fase della malattia. Anche quando ci sono solo i primi accertamenti, quando ancora non c’è una diagnosi definitiva ma il clima in casa è già cambiato. “Conviene che gli adulti dicano molto serenamente ai bambini: adesso mamma avrà dei giorni in cui dovrà fare degli esami, dovrà essere visitata dai dottori. Per cui, se vedete che parliamo di esami, di dottori, il motivo è questo, mamma deve fare delle visite”.
Il principio che guida questa comunicazione è semplice ma potente: “Non è possibile non comunicare”. I bambini captano tensioni, silenzi, sguardi preoccupati. E quando non hanno informazioni chiare, la loro fantasia riempie i vuoti con scenari spesso più terrificanti della realtà.
“I bambini producono ipotesi molto più terrificanti della realtà – conferma Quadrino -. Ho davvero tanti ricordi di miei pazienti che dicono, per esempio, di avere pensato, nel momento in cui è comparsa una malattia di uno dei genitori, che i genitori stessero meditando di abbandonarli, perché questa è una delle paure dei bambini”.DIRE LA VERITÀ, MA CON IL LINGUAGGIO GIUSTO
Comunicare fin da subito non significa però travolgere i bambini con informazioni troppo dettagliate. “Mai parlare troppo, mai prevenire le domande dei bambini”, avverte la psicoterapeuta. “Dobbiamo dargli il tempo intanto di assorbire e poi di capire se vogliono sapere di più”.
La strategia più efficace è quella di fornire informazioni graduali e veritiere, adattando il linguaggio all’età del bambino ma non la sostanza della comunicazione. “L’esplicitazione di quello che sta succedendo – mamma non andrà a lavorare per qualche giorno perché deve andare più spesso dal dottore che la deve visitare – lo puoi dire a un bambino di 4, 5 anni come a un ragazzino, come un adolescente”, chiarisce Quadrino.
La differenza non sta dunque in cosa dire, ma in come dirlo. Con un bambino più piccolo useremo parole più semplici e concrete, con un adolescente potremo essere più articolati, ma il messaggio di fondo deve essere lo stesso: qui non ci sono segreti, e tu hai diritto di sapere.
“Il bambino deve essere certo sempre – avere la certezza di poter chiedere tutto quello che non capisce”, sottolinea la dottoressa. Questa certezza si costruisce anche esplicitando il diritto del bambino a fare domande.L’INIZIO DELLE CURE: PARLARE ANCHE DEGLI EFFETTI COLLATERALI
Quando inizia il percorso terapeutico vero e proprio – chemioterapia, radioterapia, interventi chirurgici – molti genitori si chiedono quanto sia opportuno condividere con i figli. La tentazione di proteggere i bambini nascondendo gli aspetti più duri della malattia è forte, ma secondo Quadrino controproducente. “Dite ai bambini: da domani mamma comincia le cure. Sono cure impegnative, forse ne avete sentito parlare, sapete che sono cure che fanno anche perdere i capelli e mamma sarà probabilmente più stanca”, suggerisce la psicoterapeuta.L’importante è inquadrare questi cambiamenti – la perdita dei capelli, la stanchezza, le assenze per le terapie – come effetti delle cure, non della malattia in sé. “Insistiamo molto sulla cura, insistiamo molto sul fatto che mamma si sta curando”, raccomanda. Questo aiuta a mantenere una prospettiva di speranza senza cadere nell’illusione.
Proprio su questo punto Quadrino è molto chiara: “Quello che dobbiamo fare anche noi adulti nell’elaborare un percorso di cura di una malattia di questo tipo, è mantenere la speranza senza, però, spingere su un’illusione, quindi evitiamo di dire ‘andrà tutto bene e mamma fa solo queste cure, poi dopo tornerà bella come prima’. Non facciamo queste esibizioni di ottimismo esasperato che non proviamo neanche. Quindi, basso profilo, spieghiamo cosa sta succedendo”.LA PERDITA DI ACCUDIMENTO: UN VUOTO DA COLMARE
Uno degli aspetti meno considerati ma più impattanti per i bambini è la perdita oggettiva di presenza e accudimento quando un genitore si ammala. La mamma impegnata in un percorso di cura oncologico “perde forze, perde impegno, ma è anche giustamente concentrata su di sé, è meno presente e spesso è assente fisicamente”, osserva Quadrino.
“Sicuramente c’è una perdita per il bambino di accudimento e questo in qualche modo i due genitori devono saperlo”, continua la psicoterapeuta. “Al di là di cosa dire, bisogna anche pensare a come compensare la perdita di accudimento nel modo più completo possibile, cioè non far sentire dei vuoti al bimbo”.
Come fare concretamente? Costruendo una rete di sostegno affettivo intorno alla famiglia. “Tutto quello che è possibile, ovviamente, dall’aiuto di amici, amiche e nonni, se ci sono – suggerisce Quadrino -. Trovare figure affettivamente calde che compensino – non dimentichiamolo – che per i bambini questa perdita di attenzione e di accudimento è molto dolorosa”.
Spesso amici e conoscenti, quando sanno di una malattia, offrono genericamente il loro aiuto: “Qualunque cosa, chiedi”. Ma chiedere cosa, esattamente? “Agli amici e alle amiche dovrei imparare a chiedere: io ho bisogno di presenza accanto ai miei figli. Tu sei disponibile? Pomeriggi a casa con i tuoi figli, serate di cinema con voi”, esemplifica la psicoterapeuta. “Offrire ai bambini situazioni calde di accudimento che compensino la perdita inevitabile di accudimento da parte di una mamma malata”.QUANDO LA MALATTIA PEGGIORA: PREPARARE ALL’IMPENSABILE
La prospettiva più dolorosa, quella che molti genitori vorrebbero evitare fino all’ultimo, è dover parlare ai figli del peggioramento della malattia e dell’avvicinarsi della morte. Eppure, anche in questo caso, la comunicazione onesta e graduale è la via più rispettosa verso i bambini. “Quando la malattia peggiora, quando ci si avvicina alla morte – dice Quadrino – è importante avere una rete di riferimento che faccia da sostegno”. Il papà o l’altro genitore “sarà comunque travolto dall’impatto . La mamma sta vivendo la sua morte, quindi sono fragili. Non possiamo immaginare che siano anche in grado di dare sostegno ai bambini da soli”.
Con il linguaggio adatto all’età, è possibile preparare i bambini anche a questa eventualità. “Mamma sta male, stiamo ancora curandola, però vedete quanto sta male”, si può dire ai bambini anche più piccoli. E poi spiegare: “Questa è una cosa che succede. Quando una persona è tanto malata, il suo corpo decide che deve chiudere, perché è troppo stanco. E dobbiamo prepararci, mamma potrebbe diventare troppo stanca per curarsi, per curare questa malattia”. Con i bambini piccoli, suggerisce Quadrino, “parliamo proprio di corpo che si stanca e che a un certo punto decide di addormentarsi”. Un linguaggio che toglie alla morte il suo carattere di punizione o cattiveria e la riporta a una dimensione naturale, pur dolorosa.ACCOGLIERE TUTTE LE REAZIONI, ANCHE QUELLE “SBAGLIATE”
Un ultimo aspetto fondamentale riguarda le reazioni dei bambinialle notizie difficili. Non sempre saranno quelle che ci aspetteremmo o che vorremmo vedere. “Anche la reazione ‘alza le spalle, prende il cellulare o se ne va di là a giocare’ è una reazione di protezione, di presa di distanza da un’emozione che travolge: non vuol dire non gli importa nulla di sua madre”, spiega la psicoterapeuta.
Il problema, secondo Quadrino, è che “abbiamo un atteggiamento normativo nei confronti delle emozioni. Cioè, abbiamo nella testa una sorta di classificazione delle emozioni giuste e di quelle sbagliate”. Ma un bambino che sembra non reagire non è “un bambino menefreghista. E neanche un bambino cattivo, è un bambino che sta trovando il suo modo di elaborare; lasciamo a ogni bambino i suoi tempi, segnaliamogli soltanto che tutto quello di cui vuole parlare lo può fare”.VERITÀ, RISPETTO E PRESENZA: I PILASTRI DELLA COMUNICAZIONE
Dalle parole della dottoressa Quadrino emerge un approccio alla comunicazione in famiglia che si basa su tre pilastri fondamentali:
Verità: i bambini hanno diritto a sapere cosa sta accadendo nella loro famiglia, con un linguaggio adeguato alla loro età ma senza omissioni sostanziali.
Rispetto: rispetto per i loro tempi di elaborazione, per le loro reazioni (anche quelle che ci sembrano “inappropriate”), per il loro diritto di chiedere ma anche di non voler sapere.
Presenza: non solo fisica ma emotiva, costruendo una rete di affetti che compensi le inevitabili assenze e carenze dovute alla malattia.“I bambini hanno una missione difficilissima, che è quella di capire come funziona il mondo degli adulti, che è un vero casino, diciamolo”, conclude con realismo e un tocco di ironia Quadrino. “Quindi aiutiamoli!”. Aiutarli significa, in definitiva, non lasciarli soli con le loro paure e le loro fantasie. Significa accompagnarli, con onestà e delicatezza, anche attraverso le esperienze più dolorose. Perché essere sinceri senza essere brutali, come suggerisce la psicoterapeuta, è la forma più alta di protezione che possiamo offrire ai nostri figli.
In questo mese di ottobre, dedicato alla prevenzione dei tumori femminili, ricordiamo che prendersi cura significa anche prendersi cura delle parole, degli sguardi, delle presenze. E che i bambini, anche – e soprattutto – nei momenti più difficili, hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto a loro con verità e amore.
Come parlare ai figli quando un genitore si ammala – intervista a Silvana Quadrino
21/10/2025
Come parlare ai figli quando un genitore si ammala – intervista a Silvana Quadrino
